Maggio ’68: la controrivoluzione liberale libertaria
Post-scriptum della terza edizione
Il Maggio ’68 è una testimonianza della più notevole manipolazione ideologica del dopoguerra, quella che assicurò il passaggio dalla Vecchia Francia alla Nuova Francia del liberismo selvaggio.
Nel maggio 1968, uno psicodramma è stato messo in scena al vertice dello Stato. Esso ha rivelato, in tutta evidenza, la posta in gioco della storia, incarnata secondo tre ruoli mitici: il padre severo (de Gaulle), l’enfant terrible (Cohn-Bendit), il liberista bonario (Pompidou). E’ il confronto tra le tre situazioni della borghesia, tra i tre sistemi ideologici possibili. In scena: la Vecchia Francia virtuosa uscita dalla vittoria sul fascismo e, dall’altra parte, la Nuova Francia cercata e che si compie nella sintesi di un liberismo tanto repressivo nel momento della produzione quanto permissivo in quello del consumo. E’ dunque servita l’alleanza subdola del liberale con il libertario per liquidare il vecchio, che ha dovuto andarsene. Dopo questo assassinio rituale del padre, è stato accordato al vertice, dallo Stato, il permesso al permissivismo che ha dato accesso al mercato del desiderio.
Il Maggio ’68 annuncia anche la grande spartizione tra i tre poteri costitutivi dell’attuale consenso: liberista, socialdemocratico, libertario. Al primo è affidata la gestione economica, al secondo la gestione amministrativa, al terzo quella dei costumi divenuti necessari al mercato del desiderio. Si avrà così la Nuova Francia.
Questo trio consensuale non è monolitico. Al contrario: è un sistema sempre in movimento, rinnovato da alleanze, scambi, compromessi. E ciascun elemento non accede al potere che nella misura in cui acconsente al potere degli altri: è questo che in politichese è chiamato “tolleranza”.
Di qui l’ordine nuovo. I tre principi costitutivi e antagonisti della Francia si sono in effetti ipocritamente riconciliati nella comune abiura dei valori originali. La produzione capitalista gestita dai politici dell’alternanza e della coabitazione si consuma secondo il modello libertario. Ciò si chiama anche: fine dei valori, della storia e negazione della lotta di classe.
Protagora – il sofista, il Nouvel Observateur – avrà dunque il compito d’inventare in funzione del consenso un codice che permetta “la comunicazione” tra i tre poteri. Egli fornirà alle tre tappe del dispiegarsi della nuova società i tre discorsi: dapprima, il discorso promotore del Maggio ’68, in termini esistenziali e culturali, poi quello che fissa la pratica economica del liberismo social libertario, del suo modo d’impiego, e per finire quello, demolitore in termini politici, di ciò che ha prima adorato.
Le conseguenze durevoli del Maggio ’68 lasciano apparire lo scopo perseguito, la finalità stessa della strategia del neo-liberismo: la messa in campo delle due appropriazioni, quella che si attua nel campo dell’economia politica e quella che si attua nel campo della coscienza umana.
Lo sfruttamento e lo sviluppo massimo della contraddizione costitutiva del liberismo definiscono il liberismo assoluto, terminale. Esso ha saputo sviluppare due mercati (il mercato…dei mercati tradizionali e il mercato del desiderio, lecito o illecito), un doppio sfruttamento (quello del terrorismo economico e quello della permissività dei costumi) inventando così un doppio sistema di profitto.
Il mercato è virtualmente infinito poiché la gestione liberista copre e accaparra secondo i casi il principio di realtà e il principio di piacere. Ciononostante nessuna economia politica, “borghese” o marxista, ha teorizzato questa complementarietà, questa dualità proprie dell’ultraliberismo selvaggio.
Il mercato del desiderio, del proibito, del notturno ha dato luogo a una metamorfosi del mercato ufficiale, legale, giuridico secondo tre determinazioni capitali; aggiungendogli tutto un nuovo sistema di profitto, servendogli da vetrina pubblicitaria, da promozione (liberalizzazione dei costumi), iniettandogli clandestinamente enormi capitali. Così ha potuto salvarsi, certo in modo relativo e provvisorio, un’economia in crisi.
Anche la coscienza umana moderna si è strutturata secondo la contraddizione del liberismo, tanto questa era e continua ad essere opprimente: è il nuovo status dell’alienazione.
Prima dei Trenta Gloriosi la società era organizzata, si sa, secondo questa dualità: classe operaia, sfruttata, e borghesia, potenzialmente o realmente consumatrice. Gli uni producevano senza goderne, gli altri potevano godere senza produrre. L’irrompere dei nuovi strati intermedi ha sconvolto questa ripartizione conflittuale, di classe: ora il conflitto è nelle teste, interiorizzato, è la nuova struttura della coscienza dell’inconscio. Perché sono gli stessi che ora lavorano e ora consumano, secondo gli ineludibili modelli dello sfruttamento del lavoratore e della permissività del tempo libero, del consumo libidico, ludico, marginale! Ora schiavi, ora padroni del mondo! Si opera allora uno sdoppiamento schizofrenico, una causalità folle: per godere, sfrutto me stesso. Io è un altro, il mio contrario…il mio padrone! Questa nevrosi oggettiva corona la liberalizzazione dei costumi.
Il neo-fascismo sarà l’ultima espressione del liberalismo social libertario, dell’insieme che ha origine nel Maggio ’68. La sua specificità consiste in questa formula: tutto è permesso, ma nulla è possibile. Alla permissività dell’abbondanza, della crescita, dei nuovi modelli di consumo, succedono le proibizioni della crisi, della penuria, della pauperizzazione assoluta. Queste due componenti storiche si fondono nelle teste, negli spiriti, creando le condizioni soggettive del neo-fascismo.
Traduzione a cura di Alessio Arena
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