Fabbriche di morte
Gianni Pagliarini*, 17 novembre 2008, 19:40
I giudici torinesi rinviano a giudizio sei dirigenti Thyssenkrupp. Nel caso dell'amministratore delegato della sede torinese l'accusa è di omicidio volontario. Oggi sono morti due operai e tre sono rimasti feriti a Bologna. La drammatica vicenda accaduta a Sasso Marconi rappresenta l'ennesima, devastante conferma della condizione di assoluta insicurezza che pervade troppe fabbriche del nostro Paese
Due morti, tre feriti, stavolta a Bologna: casomai qualcuno dimenticasse che in Italia si muore di lavoro, tutti i giorni. La drammatica conta è avvenuta nella tarda mattinata di oggi in un'azienda produttrice di pneumatici, la ‘Marconigomme' di Sasso Marconi, in seguito all'esplosione di un miscelatore all'interno del quale si stava sperimentando una fusione della gomma. Sono deceduti il direttore dello stabilimento, Fabio Costanzi di 56 anni, e un operaio indiano di 45, Iadav Ranjaz, da poco ricongiuntosi in Italia con la sua famiglia.
Riguardo all'attività svolta dai lavoratori poco prima del fattaccio, il responsabile produzione ha riferito che si trattava della "cosa più sicura che si potesse fare", perciò "in quel momento gli operai non avevano protezioni perché per quel lavoro non c'è bisogno di protezioni". Noi possiamo soltanto aggiungere che la drammatica vicenda accaduta a Sasso Marconi rappresenta l'ennesima, devastante conferma della condizione di assoluta insicurezza che pervade troppe fabbriche del nostro Paese.
Tra l'altro, proprio mentre scriviamo, i giudici torinesi hanno rinviato a giudizio sei dirigenti Thyssenkrupp (nel caso dell'amministratore delegato della sede torinese addirittura per omicidio volontario) in seguito ad un'altra gravissima esplosione, che costò la vita a sette operai nella notte tra il 5 e il 6 dicembre dell'anno scorso.
Benchè da allora persino i più strenui difensori del lavoro insicuro facciano fatica a parlare di "fatalità", nel nostro Paese continua a morire un lavoratore ogni sette ore. L'ultima tragedia, quella di oggi a Bologna, dovrebbe indurre un governo responsabile a rivedere la sua linea di condotta.
Stiamo infatti parlando di una compagine che ha maldigerito il nuovo Testo Unico (ereditato dal centrosinistra, che lo ha approvato una manciata di giorni prima dello scioglimento delle Camere, nell'aprile scorso), che ha appoggiato Confindustria nella sua crociata contro l'inasprimento sanzionatorio e che, contrariamente a quanto suggerirebbe il buon senso, tende a far risalire l'alta incidenza di infortuni alle disattenzioni dei lavoratori. La nostra non è una forzatura: è stato il ministro del Lavoro Sacconi - l'ultima volta è successo il 12 ottobre - a segnalare la necessità di "alzare molto il livello della capacità della persona di tutelare la propria salute nel luogo di lavoro".
Eppure in un contesto tanto grave, avremmo bisogno di un esecutivo consapevole della totale negligenza che caratterizza buona parte del sistema delle imprese e della necessità di concretizzare l'applicazione del nuovo Testo unico, per mettere in pratica il binomio prevenzione-repressione. Così come avremmo bisogno di una classe dirigente conscia dei nessi tra la frammentazione pianificata dei processi produttivi, le lunghe catene di esternalizzazioni a cascata, e i drammatici ritardi in materia di formazione alla sicurezza.
Al peggioramento delle condizioni di lavoro (ritmi, stress, nocività) si affiancano gli effetti della precarietà, sotto forma di inquadramenti atipici spesso con una durata di pochi mesi. Il tutto è favorito dalle degenerazioni normative rivendicate a testa alta dalle destre e dalla stessa Confindustria: basti pensare alla legge 30 e ai suoi effetti anche sul terreno culturale.
Il lettore si aspetterebbe a questo punto il fatidico "che fare". Che fare in un contesto che presenta due confederazioni sindacali in sintonia con Berlusconi e un importante dirigente del Pd, Enrico Letta, che considera inutile lo sciopero del 12 dicembre proclamato dalla Cgil?
La nostra risposta è semplice e difficilissima nello stesso tempo: occorre riavvicinare la sinistra politica (ridotta ad un ruolo extraparlamentare) ai luoghi di elaborazione e di incontro territoriali dei lavoratori. Perché la cultura della sicurezza è sempre stata costruita passo dopo passo nei consigli di fabbrica, e con il sostegno di un sindacato attento alla tutela della salute e contrario alla monetizzazione dei diritti. Da qui si riparte, non stancandosi di denunciare, parallelamente, le inadeguatezze e le cattive politiche di chi siede oggi a palazzo Chigi.
*Responsabile Dipartimento Lavoro Pdci
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento